Esperienze di una psicologa – Carlo e il suo bozzolo di parole

Carlo è un simpatico bambino settenne chiuso in sé stesso. Intrappolato in un blocco emotivo che pregiudica le sue capacità di linguaggio, le relazioni con gli altri bambini e coi suoi genitori e i suoi apprendimenti scolastici. Il fatto che non parli bene lo limita anche nell’incontro con l’altro, nella comunicazione, nella sua potenzialità creativa e nell’espressione del Sé.

Nei nostri primi incontri, Carlo è silenzioso, non parla e le parole che trova il coraggio di condividere sono difficili da comprendere per me. Spesso mi trovo a chiedergli di ripeterle. Carlo trasmette un senso di paura e di spavento, forse connesso al terrore di non essere compreso, forse alla fantasia che spesso permea i corridoi e la stanza asettica di un luogo di cura pubblico. L’idea che la dottoressa abbia come fine ultimo il giudicare la sua performance comunicativa, attestando la sua incapacità di esprimersi.

L’incontro con Carlo può sempre contare su una scatola di pennarelli e fogli bianchi. Uno spazio potenziale in cui gli scarabocchi condivisi vengono scoperti da Carlo a poco a poco. Prima, come sorgente della sua creatività. Poi come potenziale comunicazione, divertente e divertita, privata seppur condivisa.

Il gioco degli scarabocchi

Nei primi incontri ho osservato le difficoltà di Carlo nell’affidarsi a una nuova relazione, unite alle sue evidenti difficoltà comunicative. Col progredire degli incontri, attraverso il gioco degli scarabocchi, ci siamo impegnati reciprocamente a dare un significato ai segni ambigui dell’Altro. A dare una forma all’informe e un significato a un segno che da solo il senso non lo aveva.

Abbiamo utilizzato gli scarabocchi come qualcosa di “incomprensibile”, come simboli di un vissuto che, se trova uno spazio per poter essere espresso, allora viene validato e goduto. Il gioco degli scarabocchi ha permesso a Carlo di rafforzare la fiducia nella propria capacità di comunicare. Abbiamo inteso gli scarabocchi come parole ingarbugliate che, quando trovano un interlocutore attento e interessato, sanno e possono diventare qualcos’altro, trovare un significato relazionale.

Questo gli ha permesso di creare/trovare un posto in cui collocare le sue parole ingarbugliate, nel gioco e nel foglio, divertendosi e giocando. Ha acquisito la fiducia nel linguaggio e nella capacità di utilizzare le sue risorse interne per familiarizzare coi sentimenti dolorosi. Di sperimentare la creatività anche a fronte dei vissuti interni di inadeguatezza e rabbia, che lo portavano a chiudersi in sé e a disinvestire nel linguaggio.

Da bozzolo a farfalla

Lo scarabocchio è divenuto prima un ponte per colmare la distanza tra sé e l’altro, quando mancavano le parole per comunicare, e poi strumento per l’espressione di Sé. Il foglio è stato un buon contenitore; ricettacolo di cuori, fiori e animali, ma anche di nuvole, serpenti e coltelli. I pennarelli hanno permesso l’espressione di Sé che Carlo ha potuto condividere in quanto a linguaggio che non aveva nulla a che vedere con la performance.

Quando Carlo ha sentito che il suo scarabocchio – come modalità di comunicazione – era sufficientemente buono, lo scarabocchio è potuto diventare una storia-con-le-parole e gli ha permesso di dar voce alla sua creatività. In uno degli ultimi incontri, Carlo ha disegnato spontaneamente un bozzolo appeso a un ramo che – attraverso una storia – abbiamo interpretato come la comunicazione del suo mondo interno di qualcosa in via di sviluppo e in attesa di maturazione. Anche nella precarietà del poter cadere giù da un momento all’altro.

Ho restituito a Carlo l’idea che le sue parole e le sue emozioni fossero rimaste come chiuse in un bozzolo in cui era non era pensabile e dunque possibile, poterle esprimere. Mi ha insegnato una lezione preziosa: come possiamo pensarci farfalle vive, libere di compiere il proprio volo e di esprimere il proprio potenziale, senza prima avere la possibilità di sentirsi e pensarsi bozzolo?
Il gioco degli scarabocchi è poi diventato il gioco condiviso anche a casa col padre e un modo per riposarsi dalla fatica di esercitarsi ed esprimersi “solo” con le parole. Dopo che Carlo ha potuto pensarsi bozzolo, ha potuto anche disegnarsi, nel nostro ultimo incontro, come un “robot restaurato”, adesso che “la farfalla può compiere il suo volo sopra tutte le cose, le parole e le nuvole”.

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