Nel lavoro clinico con i bambini capita talvolta di osservare giochi che, invece di liberare la fantasia, sembrano rinchiuderla in una ripetizione dolorosa. In questi momenti, il gioco diventa una finestra preziosa sul mondo interno del piccolo paziente: attraverso ciò che mette in scena, il bambino tenta – spesso inconsciamente – di dare forma a esperienze emotive difficili da pensare o verbalizzare.
Comprendere questi giochi, senza interromperli né spaventarci, è una parte fondamentale del lavoro terapeutico con l’infanzia.
Quando giocare diventa ripetere
Il celebre esempio del “Fort-Da” descritto da Freud mostra come il gioco possa aiutare il bambino a trasformare un’esperienza dolorosa in qualcosa di più tollerabile. Lanciare via un rocchetto e poi farlo “ritornare” era per quel bambino un modo di elaborare l’angoscia della separazione dalla madre, passando dalla passività alla possibilità di controllo.
Il gioco, dunque, ha una funzione trasformativa: permette di rivivere un’emozione difficile in forma simbolica, più gestibile. Tuttavia, quando il trauma è troppo intenso o troppo precoce, la mente del bambino non riesce a rappresentarlo né a contenerlo.
In questi casi il gioco può diventare una ripetizione compulsiva, rigida, priva di piacere: la scena si ripete identica, come se il bambino fosse intrappolato nel trauma.
Segnali del gioco traumatico
Il gioco traumatico si riconosce da alcuni indicatori osservabili tanto in terapia quanto in famiglia o a scuola:
- Ripetitività ossessiva
La scena si ripete sempre uguale, senza variazioni né piacere. - Assenza di simbolizzazione
Il gioco è concreto, rigido, poco flessibile, privo di fantasia. - Tono emotivo disturbato
La scena è accompagnata da ansia, paura, rabbia o eccessiva eccitazione, senza risoluzione. - Incapacità di concludere o trasformare la scena
Il gioco resta bloccato, come se non potesse evolvere.
In questi momenti il bambino usa il gioco per provare a padroneggiare un’esperienza che lo ha sopraffatto, cercando inconsciamente un modo per comprenderla.

Il ruolo dell’adulto e del terapeuta
Il compito dell’adulto – genitore, insegnante o terapeuta – non è interrompere il gioco, ma osservarlo e sostenerlo con uno sguardo accogliente.
Winnicott descriveva il gioco come uno “spazio potenziale”: un’area intermedia tra fantasia e realtà in cui il bambino può creare, sperimentare e riparare, a condizione che l’ambiente sia contenitivo e non giudicante.
In terapia, il professionista partecipa al gioco senza invaderlo:
- osserva
- rispecchia
- accoglie le emozioni
- dà forma e significato alle esperienze che emergono
È la funzione di rêverie di Bion, ovvero la capacità di trasformare le emozioni grezze del bambino in qualcosa di pensabile, a permettere al gioco di tornare a essere terapeutico.
Dal trauma alla trasformazione
Un segnale di cambiamento è quando il bambino introduce una piccola novità: un finale diverso, un gesto di cura, una soluzione inattesa. Significa che l’esperienza interna si sta modificando: ciò che prima era soltanto agito ora può essere pensato e trasformato.
In quel momento, il gioco torna ad essere una via di libertà: un linguaggio che permette al bambino di raccontare, con le immagini e con le azioni, ciò che è stato troppo difficile da vivere nella realtà.
Conclusione
Il gioco traumatico è una ripetizione dolorosa che chiede ascolto. Dietro la rigidità di una scena che non cambia si nasconde il tentativo del bambino di dare un senso a qualcosa che ha superato la sua capacità di comprensione.
Accogliere quel gioco, senza giudicarlo o forzarlo, significa offrirgli la possibilità di evolvere. Nel lavoro terapeutico, saper leggere e contenere il linguaggio del gioco significa accompagnare il bambino nel suo percorso di trasformazione.
Se hai notato in tuo figlio un gioco che sembra ripetersi con ansia o rigidità, posso aiutarti a comprenderne il significato, in uno spazio di ascolto e orientamento. Prenota un primo colloquio di psicoterapia e consulenza.