La salute mentale è una dimensione che coinvolge tutta l’umanità, perché un Sé intero ha a che fare con l’Altro. Lo dice (scrive) una persona che ha avuto, come tutte, le proprie difficoltà e che affidandosi e curandosi è stata meglio. Penso spesso ai piccoli e ai grandi pazienti che incontro e a quanto sia faticoso fabbricare, ogni settimana, la speranza per e di ritrovarsi, e di quanto sia bello, con pazienza, riuscirci.
Questo è un mestiere difficile perché è un mestiere di cura dentro a una relazione: è quindi un lavoro d’amore e, come tutte le cose che hanno a che fare con l’amore, si ha sempre un po’ paura per tutto quello che di più prezioso si mette in gioco e per come possa andare a finire. È difficile a prescindere da quale sia la propria sedia: trovare le parole, trovarne di nuove, abbracciarsi con lo sguardo, starsi vicino, (non) capirsi, piangere, arrabbiarsi, accettarsi, stare nel bozzolo, perdonarsi per non sentirsi ancora capaci farfalle.
Fra tutte le parole che mi vengono in mente sulla salute psichica, un aggettivo, in particolare, mi piace più di tutti gli altri: sartoriale. Tutte le cure, che siano per il mal di denti, il mal di stomaco o il mal di testa, di cuore, o d’anima, funzionano se sartoriali. Cucite su misura. Pensate. Ogni essere umano che sente di non stare bene ha diritto a ricevere cure ad hoc delicate, competenti e umane. Ché se è un brutto periodo, se l’ansia governa le giornate, se si ha tanta paura di qualcosa o di qualcuno, se vivere fa paura, se crescere fa paura, chiedere aiuto è una risorsa e riceverlo è un diritto. È esercitare l’amore proprio e non essere così rotti, sbagliati o “malati” come spesso si ha paura di essere quando si ha paura di chiedere aiuto.
Mi piace definire i terapeuti come “pazienti esperti“. Invito a diffidare di chi vi sembra sano: nessuno lo è, a diffidare di chi fa prescrizioni e vende la cura di sé e del dolore come qualcosa di veloce, stereotipato, in tot sedute, di chi, in una manciata di secondi, prova a spiegare e a rendere conto della violenza, dell’intensità e della complessità della malattia mentale, della sofferenza, dei traumi che ci portiamo appresso. Non conosco niente di più difficile e di meno prevedibile della cura del dolore psichico.
Invito a diffidare di chi usa le etichette perché spesso sono solo parole dietro cui resta nascosta una persona. Possono dire qualcosa di cosa fa e di come si mostra, ma non dicono mai niente di come non è. E quanto è importante sapere che cosa non siamo. Nessuno ha una bacchetta magica, magari esistesse. Abbiamo tutti quanti solo la partita IVA o un contratto. Studiamo tanto, tantissimo. Alcuni si curano tanto, tantissimo. Siamo pieni di impotenza, di rabbie, di tristezze, di dolori, di domande senza una risposta. Siamo esseri umani. Maneggiamo tutti i giorni i dispositivi più fragili dell’universo: le persone.
Quelli bravi a farlo sono pieni di dubbi, dicono grazie e chiedono scusa. Quelli bravissimi non hanno nemmeno una risposta: le cercano insieme a noi. Facciamo una grande fatica come esseri umani e come terapeuti per sopravvivere di fronte ai dolori più vivi e pervasivi. Perché è difficile il mestiere più difficile del mondo. Abbiamo fra le mani, nella mente e nella pancia le creature più facili da rompere e più difficili da aggiustare: di nuovo, le persone.
La cosa più importante è tenere sempre a mente che non c’è nessuna scrivania a dividerci in categorie mutuamente esclusive, ma che siamo tutti quanti sulla stessa barca, impegnati a guardare il mondo dal finestrino dell’altro, sperando sempre di arrivare in qualche posto (ancora) inesplorato da entrambi.
Le ricerche scientifiche ci dicono che una persona su quattro nella sua vita si ammalerà di una sofferenza che attanaglia la mente. Che gli altri tre quarti di umanità si impegnino ad essere gentili e a sostenere gli altri nel fare quella domanda di cura. Ché tutti ci si curi di qualcuno, ognuno come può. Dallo psicologo, dallo psicoterapeuta, dallo psichiatra non ci va chi è “matto”, debole o difettoso: chiede aiuto chi ha una sufficiente parte sana, perché sarà quella che le servirà per avere la forza di abbracciare quella più sofferente. Imparerà a volersi più bene. Si aiuterà e sarà aiutata.
E starà meglio.